Nuvole di uccelli

Federico se ne stava li, seduto sul ciglio del crepaccio a guardare a valle quando d’improvviso dal basso centinaia o forse migliaia di storni apparvero dinnanzi a lui.
Mossi da chissà quale impercettibile musica, stregati probabilmente da un’inesistente fattucchiera, drogati d’euforia o di panico iniziarono un ballo soave, morbido come il ventre di una danzatrice curvy.
Rimase stupito quando si accorse che ad ogni evoluzione riusciva ad associare un ricordo, la volta che rapito da sua madre ed obbligato a tenere su quella strana parrucca, prese il traghetto da Praia de Troia per Setubal in Portogallo e vide per la prima volta i delfini saltare fuori dall’acqua in un gioco che sembrava cosi divertente…

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la pipa che suo nonno teneva sempre stretta tra le labbra, quella che lui stesso una notte gli rubò dal comodino per provare a fumarla come il vecchio sapientemente sapeva fare e beccato in flagranza di reato era pronto a prendersi una bella strigliata, invece suo nonno sempre cosi serio e burbero si sedette al suo fianco e gli insegnò come schiacciare bene il tabacco dentro, come accenderlo e come godere di qui tre piaceri che quello strano strumento sapeva donare ad un uomo, goderne il gusto, goderne la fragranza  e godere del contatto che il legno duro e tiepido sapeva dare….

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La volta che suo fratello doveva badare a lui perché loro padre era al lavoro e la madre invece risultò poi essere ad interrogare un politico sequestrato in chissà quale appartamento della città, fratello che preso dall’amore del momento che aveva invitato a casa doveva tenerlo impegnato per un po’ affinché lui potesse dedicarsi alle tenere effusioni che sognava con questa splendida ragazza, lo obbligò a cambiare l’acqua e pulire la vaschetta del pesce rosso.
Federico riempì il bidè, ci mise il pesce dentro, lavò la vaschetta e la riempì di nuovo.
A volte passava ore a riempire e svuotare il bidè solo per perdersi nel disegno e nel movimento di quel vortice che faceva l’acqua quando andava giù, si accorse solo all’ultimo che quando quella spirale magica si stava per esaurire insieme si sarebbe trascinata dentro a quel buco buio anche il pesce ma oramai era troppo tardi e prima che potesse allungare la mano il bidè era già vuoto.

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Federico si ricordò del matrimonio di sua zia Benedetta con un tal Renato sebbene le cronache qualche anno dopo confermarono che di benedetto non aveva proprio nulla, condannata all’ergastolo per 4 omicidi ed atti di terrorismo insieme a sua madre.
Quando gli sposi uscirono sulla scalinata della chiesa un amico regalò loro una scatola in cartone bianca con le loro iniziali scritte con uno scotch rosso B.R.
Federico non ricordò la gente che applaudiva ma solo la colomba bianca che dalla scatola volò in cielo e che lui stette a guardare finché diventò un puntino nel nulla.

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Ad ogni virata nel cielo si forma un’immagine, ad ogni immagine in testa affiora un ricordo, come quella volta che tolto alla sua famiglia ed in affido presso una coppia di Pordenone, due bravissime persone, amorevoli, lei pasticcera, lui ingegnere in un’azienda di macchine per l’imbottigliamento rimase solo in casa con loro figlia.
Entrambi diciassettenni, entrambi affascinati l’uno dalla storia dell’altro, entrambi talmente timidi da non riuscire a raccontarsi come avrebbero voluto.
Federico restò fulminato quel giorno, quando passando davanti alla camera di lei dalla porta semichiusa la vide dinnanzi allo specchio, la vide vestirsi con quel vestitino in raso azzurro che tanto staccava dai suoi capelli neri quanto si confondeva con il cilestrino dei suoi occhi, non riuscì a non guardare, vide Elena mentre si infilava le calze bianche srotolandole fino alla coscia una alla volta, la vide mentre prese quelle scarpe con i tacchi infilandole delicatamente come solo una donna sa fare, la vide sorridere a dimostrazione del fatto che ben sapeva di essere osservata.
Federico si ritrovò a dover scegliere se voler vedere in quello stormo d’uccelli una splendida scarpa con il tacco o la pistola con cui vide sua madre spararsi prima di finire in carcere.

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Poi d’improvviso l’enorme stormo d’uccelli ripiombò giù per il vallone disperdendosi, lo spettacolo era finito.
In quel mentre Elena arrivò e si sedette affianco a Federico, mettendogli una mano attorno al collo lo baciò nel silenzio, lui perso nei suoi occhi con fare sicuro infilò una mano dentro al giubbotto in jeans ed estrasse una scatolina bianca con incise due lettere rosse, F.E.
Il rosso questa volta era quello della passione e le due lettere rappresentavano un destino ormai scritto, For Ever.
Quando Elena emozionata aprì la scatola dentro ci trovò due anelli d’oro luccicanti con i loro nomi scritti all’interno, questa volta nessuna colomba ma d’improvviso un intero stormo, dal nulla, tutto per loro.

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