Anna Lou ed il guerriero senza patria e senza spada

Certo quando il mondo che osservi, lo guardi per la maggior parte del tempo sdraiato nel tuo letto la visione che puoi averne potrebbe sembrare distorta, ma forse neanche tanto.
A questo pensava Anna Lou, una magliettina bianca con disegnato un megafono dal quale invece di uscire parole uscivano smartphone di ogni sorta, dei pantaloncini verdi ed paio di cuffie ad assicurarle una finta privacy che da almeno un’ora in loop riproducevano sempre la stessa canzone:

Non so se sono stato mai poeta
e non mi importa niente di saperlo
riempirò i bicchieri del mio vino
non so com’è però vi invito a berlo
e le masturbazioni celebrali
le lascio a chi è maturo al punto giusto
le mie canzoni voglio raccontarle
a chi sa masturbarsi per il gusto.

Anna Lou nonostante la sua giovane età lo capiva a Pierangelo Bertoli, capiva chi come lui non trovava il senso di doversi definire per forza, oggi dove i social dominano e decretano la tua posizione nella scala gerarchica sociale Bertoli se non lo avesse portato via prima la malattia si sarebbe suicidato.


Un individuo che scrive un bel testo viene definito poeta, ma se tale definizione non gli venisse data il testo sarebbe meno bello? No!
Allora non poteva fare a meno di chiedersi quale necessità ci fosse in tutto questo, quale bisogno sentissero le persone di avere per forza un’identità sociale ben determinata, a lei piaceva sicuramente di più l’idea di essere un’entità  non completamente a fuoco, a volte ectoplasmatica altre con contorni ben marcati, avete presente un quadro di Kandinsky? un garbuglio di macchie, linee, punti, forme, schizzi, colori, talmente incasinato da essere tremendamente affascinante? Ecco Anna Lou si sentiva cosi, e poi dai, la Gioconda ha rotto le palle.
Allora, pensava, raccontiamo e raccontiamoci a chi sa trarre piacere dalle nostre storie, a chi sa trarne un beneficio, un messaggio, un’idea, uno spunto, una morale, a chi sa masturbarsi per il gusto.
Il soffitto era bianco, solo stando sdraiati e guardando in su, in linea con il suo cuscino campeggiava una scritta viola in corsivo.

L’arte vuol sempre irrealtà invisibili. (J.L.B)

Anna Lou ci pensava spesso, secondo lei se nel vocabolario c’era una parola con il significato dubbio era proprio la parola “arte”.
Arte non si può definire, non si può porre un valore univoco ed universale alla realizzazione di un qualcosa di artistico, arte=tutto=niente ecco questa era la condizione primaria con la quale Anna Lou vedeva le cose.
L’autunno, la sua stagione preferita rendeva la visione del mondo fuori dalla sua finestra un pianeta caruccio da abitare, oltre ai colori, alle foglie che ricoprono il grigiume della strada, seguire il via vai di tutte quelle persone divorate dalla fretta di chissà cosa era affascinante, lo era almeno per lei che chiusa nella propria stanza sembrava muoversi al rallentatore al confronto, si immaginava spesso come se fosse immersa in una sorta di gelatina  e per quanto provasse a muoversi veloce come gli altri le era impossibile.
Il traffico, la frenesia, le code, la folla avevano qualcosa di affascinane, come fossero il risultato del migliore algoritmo mai creato per manovrare il pianeta, quello che non poteva tollerare era il rumore, il chiasso, sebbene consapevole che la vita li fuori comportasse inevitabilmente molto baccano.
Insomma per quanto sua madre si fosse messa in testa che sua figlia si stesse trasformando nel più patologico degli hikikomori Anna Lou voleva solo trovare un compromesso per stare in mezzo alle persone senza doverle sopportare, per sentirsi parte integrante di un gruppo che fosse estraneo agli standard.
Come risvegliata da un torpore scattò in piedi per dirigersi in garage, li sua madre stava raccogliendo scatole e scatoloni per l’imminente trasloco che spettava loro, cambiare paese non la spaventava, in fondo non stava abbandonando niente che non avrebbe potuto trovare da altre parti, l’unica cosa per cui pregava era che la finestra di camera sua  non fosse con vista su un parcheggio o su qualche cassone delle immondizie di un ristorante cinese, in fondo quando per molti suoi coetanei il confine col mondo fuori era rappresentato dall’uso di uno smartphone per lei era la finestra vera a propria a delimitare quella sottile linea di separazione.
Raccolse in camera decine di scatoloni, si procurò un pennarello ed un taglierino e si mise al lavoro, sua madre si sarebbe incazzata come una bestia, ma oramai era routine, motivo per il quale non diede peso alla cosa.

Michela salutò il collega che le diede il cambio, nella sua vita tutto avrebbe pensato di fare, ma di finire a lavorare su una pressopiegatrice, beh quello no di certo, per quanto la fantasia l’avesse accompagnata in giovane età mai e poi mai sarebbe arrivata ad immaginare tanto eppure per quanto il lavoro fosse pesante  e non proprio pulito ringraziava per l’opportunità ricevuta, con quel lavoro poteva dignitosamente mantenere lei e sua figlia, qualche ora di straordinario le permetteva anche di concedersi qualche piccolo lusso extra visto che il marito non era sempre cosi puntuale nel pagare gli alimenti per Anna Lou.
“Scusa Michela, prima di andare via puoi passare nel mio ufficio?”
Mentre si lavava un po’ e si cambiava in spogliatoio la sua testa era completamente assorta in due pensieri, consapevole che fossero due binari  che nel loro eterno parallelismo doveva trovare il modo in qualche modo di far incrociare, ma piegare del ferro cosi grosso non sarebbe stato facile.
Da una parte l’imminente trasloco con tutte le complicazioni che un trasloco si porta sempre appresso, dall’altra il fatto che in quella nuova casa oltre a lei e a sua figlia sarebbe andato a stare con loro anche Marco, il suo collega che l’aveva appena convocata in ufficio.
I titolari dell’azienda l’avevano capito subito che Michela era una tosta, una che lavorava senza discutere tanto, precisa, affidabile e con le idee chiare, a differenza di tanti altri operai lei aveva una visione organizzativa utile alla crescita sia dell’azienda che personale, ecco perché le avevano proposto insieme a Marco di andare a dirigere il nuovo stabilimento nella zona industriale di un paesetto seminato chissà dove nel mezzo delle campagne friulane.

“Lo so Marco, hai perfettamente ragione, ti chiedo scusa ma Anna Lou sta attraversando un periodo strano e non ho ancora trovato le parole giuste per spiegarle che dovrà condividere la casa con un perfetto sconosciuto, ti prometto che stasera ne parlo e risolvo la cosa.”
Durante il tragitto in auto Michela pensava alle parole con le quali avrebbe dovuto spiegare a sua figlia che l’azienda aveva messo a loro disposizione una casa alla condizione che la condividessero con Marco, lei aveva insistito per affittare un appartamento in modo da essere indipendenti ma il titolare non aveva sentito ragioni, una delle condizioni per ottenere un lavoro che l’avrebbe sparata dritta ai piani dirigenziali era fare team con il tuo partner e per fare team bisognava essere disposti a condividere tutto, sia nel lavoro che nel privato.
Alla fine doveva scegliere se continuare a lavorare a turni su una pressopiegatrice che faceva un casino infernale oppure se prendere le redini della sua vita professionale a discapito di qualche sacrificio nella sfera privata e poi Marco era un tipo tranquillo, c’era stato feeling da subito.
La luce della camera di Anna Lou era accesa, la cosa non la sorprendeva, con molta probabilità indossava le sue cuffie e se ne stava li a fare chissà cosa.
Prima di entrare in casa notò con la coda dell’occhio che vicino alle immondizie c’era uno scatolone pieno di pezzi di cartone, aveva preso l’abitudine di non farsi troppe domande, con sua figlia tutte le risposte che poteva prevedere non avrebbero mai centrato quella corretta quindi imparò a prendere un bel respiro prima di varcare la porta e vivere la situazione al momento.
Subito si accorse che c’era qualcosa di strano, affinò l’udito ruotando leggermente il capo e non poté fare a meno di pensare “Anna Lou che canta? che cazzo è successo?”
Quando aprì la porta della camera rimase letteralmente a bocca aperta, sua figlia se ne stava in piedi in mezzo alla stanza in mutande e reggiseno con gli occhi chiusi cantando, dal soffitto a testa in giù decine di sagome in cartone di persone, un cane, una donna con un passeggino, persino la sagoma di un automobile e di un semaforo, fra loro campeggiava una scritta:

L’arte vuol sempre irrealtà invisibili. (J.L.B)

Canterò le mie canzoni per la strada
ed affronterò la vita a muso duro
un guerriero senza patria e senza spada
con un piede nel passato
e lo sguardo dritto e aperto nel futuro. 

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