Anna Lou e il crollo del castello di carte

Furono tre giorni distruttivi per lei e per sua madre.
Spezzettare ed impacchettare un’intera casa, pensava potesse essere in qualche modo divertente, non era così.
Anna Lou era abituata a vedere sua madre darci dentro con le pulizie tutti i fine settimana, la sera quando rientrava dal lavoro non disdegnava di dare una spazzata per terra, di spolverare di qua o di la o fare una lavatrice, se c’era una cosa che Anna Lou non poteva di certo dire, era che casa sua fosse sporca, certo la sua stanza faceva eccezione, ma questo era un altro discorso.
Come in tutte le camere degli adolescenti, nemmeno i documentaristi più temerari si sarebbero addentrati per esplorare questo mondo sconosciuto, muschi, licheni e creature mitologiche avrebbero preso vita da sotto i cumuli di vestiti abbandonati sulla sedia o ai piedi del letto, carte di snack e scarpe con lacci multicolore si sarebbero alleati per reprimere eventuali attacchi dall’esterno, le lenzuola sarebbero diventate trappole mortali come le reti dei pescatori, fogli, penne e cartacce appallottolate si sarebbero trasformate come frecce e sfere infuocate in uno scontro medioevale, senza parlare della moquette che appariva come l’acqua agitata dell’oceano durante una tempesta dalla quale nessuno si sarebbe stupito se dei tentacoli giganti fossero emersi per trascinare genitori ed intrusi di qualsiasi sorta in un fondale torbido fino a divorarli senza alcuno scrupolo.
Nei migliori film horror è sempre all’interno della casa perfetta che si nasconde la stanza delle torture dell’assassino.
Per quieto vivere Anna Lou era riuscita ad ottenere un accordo con sua madre, lei di tanto in tanto l’avrebbe aiutata nei lavori di casa fatta eccezione della sua camera sulla quale sua mamma non avrebbe dovuto proferire alcuna parola, per sfinimento Michela dovette accettare quelle condizioni.
Anna Lou resto’ stupita, non si sarebbe mai immaginata che per quanta pulizia venisse fatta, potesse venire fuori cosi tanto sporco una volta iniziato a spostare le cose, dovevano lasciare la casa completamente sgombra ed inoltre i mobili erano loro e l’azienda di traslochi sarebbe venuta a caricarli per poi riconsegnarli nella nuova abitazione, a 400 km di distanza.
L’idea di ritrovarsi in una nuova abitazione arredata con il mobilio di sempre le dava una sensazione piacevole, le sembrava paragonabile a quelle persone che per lavoro dormono spesso in albergo ma si portano la propria federa in valigia, il fatto di appoggiare il viso su qualcosa di proprio, di conosciuto, regala quel sapore di “casa” che molti hanno bisogno di percepire per sentirsi a proprio agio.
Sua madre era una macchina da guerra, l’avvitatore era diventato il suo migliore amico, lo impugnava con tanto entusiasmo e lo brandiva con talmente tanta foga  da far sentire Artù dopo aver sfilato Excalibur dalla roccia il re degli sfigati.
L’unto sopra i pensili, la polvere sopra gli armadi, le ragnatele dietro la scarpiera, per non parlare del mondo parallelo che si era formato dietro agli zoccoli della cucina,  lo sporco che non è uno stupido sapeva bene che li avrebbe regnato in eterno senza il rischio di essere mai spodestato, salvo che non venisse per l’appunto fatto un trasloco.
Ad Anna Lou sembrava di vivere in un video di Bryan Berg, un artista appassionato nella ricostruzione di edifici o intere skyline interamente con le carte da gioco, ore ed ore di lavoro affinché tutto assumesse un ordine ben preciso, come le carte dovevano essere posizionate in maniera perfetta per reggere la struttura, la loro casa nel corso degli anni aveva preso una forma ed una consistenza ben definita proprio dalla scelta di assegnare posti precisi a cose precise, e quando a Bryan basta un soffio per distruggere l’Empire State Building a sua madre basta un avvitatore per smontare un’intera casa.
Quello era il momento in cui Anna Lou si sentiva come l’artista che guardava tutto il suo lavoro crollato, devastato, un disastroso groviglio di carte da gioco sul pavimento, allo stesso modo il piano terra di casa sua era una discarica di scatole, scatoloni, mobili, oggetti, lampade, libri, borse e sacchi delle immondizie, quello che Anna Lou sapeva, era che le carte per terra bastava semplicemente raccoglierle, dividerle e fanne nuovamente dei mazzi interi ed integri per poterle riutilizzare, per creare edifici nuovi, panorami alternativi, strutture impressionanti. Ogni volta è un nuovo inizio ed anche per lei sarebbe stato cosi.
Avvolta nel silenzio si accorse che sua madre era in piedi, ferma, con il suo avvitatore in mano e sul viso disegnato un ghigno che non prometteva niente di buono, ogni volta che aveva quel sorriso bieco succedeva qualcosa, l’ultima volta che glielo vide stampato in faccia le venne la malaugurata idea di verniciare sopra le piastrelle del bagno con un prodotto reclamizzato in televisione, idea che si rivelò pessima tanto da dover far piastrellare nuovamente il bagno per evitare che il padrone di casa addebitasse cifre stratosferiche  per la sistemazione di quelle orribili pareti che nel tempo da un giallino si erano trasformate in un marrone maculato, colore forse non proprio gradevole per un bagno.
Anna Lou non seppe mai se sua madre quel giorno, con quel suo sorrisetto beffardo combinò qualcosa di irreparabile insieme al suo avvitatore, l’unica cosa sicura è che il padrone di casa, che tanto simpatico non si era poi rivelato, non ne sarebbe stato felice.
Aspettò il tramonto seduta a gambe incrociate sul fondo del letto, giusto davanti alla finestra per scattare con i suoi occhi la fotografia che l’aveva accompagnata negli ultimi due anni della sua vita.
Il sole, sceso sotto la linea d’osservazione, era esploso nel più acceso dei rossi, il cielo era un fuoco e le nuvole il suo fumo, una lieve brezza muoveva l’erba e le foglie, un autobus grigio squarciò questo bellissimo quadro, per poi abbandonarlo annebbiandolo con una nuvola di fumo nero e lasciando li nel mezzo una figura.
Lui è Mattia ed Anna Lou lo stava guardando per l’ultima volta.
Click.

 

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