Anna Lou e l’aria in faccia

Quando Anna Lou era andata in gita con la scuola al museo del cinema di Milano, mentre i suoi compagni erano totalmente attratti dalle nuove tecnologie, lei era rimasta completamente folgorata da un unico dispositivo, la riproduzione del cinematografo di Lumiere.
Una scatola in legno con un obiettivo ed una manovella tramite la quale si faceva scorrere una pellicola dinnanzi ad una fonte di luce, il risultato erano dei fotogrammi non particolarmente nitidi, spezzati l’uno dall’altro da qualche decimo di secondo di buio.
Mentre se ne stava in macchina, con sua madre alla guida e la testa appoggiata al finestrino le sembrava che il mondo li fuori fosse proiettato con un cinematografo, le protezioni del ponte autostradale che stavano attraversando riproducevano lo stesso effetto, lasciando intravedere un panorama in slow motion, l’effetto dell’aria dava l’impressione che ad affettare queste immagini ci fosse il più veloce dei cuochi cinesi che con il suo coltello si cimentava in fendenti veloci e profondi.
Sua madre le appoggiò una mano sul ginocchio ed abbozzò un sorriso a cui lei rispose.
La loro Escort station wagon in quel momento sembrava uno di quei mezzi che vedi ogni tanto su qualche fotografia, quei furgoni talmente carichi che danno l’impressione di potersi ribaltare da un momento all’altro.
Per quanto l’azienda di traslochi avesse l’incarico di portare tutto nella nuova casa, sua madre non aveva sentito ragioni e molte cose non aveva voluto lasciarle in mano ad estranei, quindi visto che si vantava sempre di essere stata una grande giocatrice di Tetris, famoso videogioco di fine anni ’80, la loro macchina si era trasformata nella sua migliore partita.
Erano in viaggio da un paio d’ore e poco più di duecento chilometri le separavano da una nuova vita.
Anna Lou non aveva saputo resistere e qualche giorno prima spese qualche quarto d’ora a curiosare con street view, spostando quell’omino giallo di strada in strada, anche se poi di strade non ce n’erano poi cosi tante, più che una paese le sembrava un’ammasso si sassi, c’erano sassi ovunque, recinzioni in sassi, case in sassi, sassi incastrati in ogni dove.
“Uno dei borghi più belli d’Italia” con questa frase si presentava Polcenigo, cosa di bello ci potesse essere in un  paese cosi piccolo Anna Lou stentava a capirlo, avrebbe passato le giornate chiusa in casa, i suoi compagni di classe l’avrebbero guardata come la ragazza che arriva dalla città, sua madre le avrebbe rotto le scatole per uscire e andare a esplorare un mondo che probabilmente non aveva nulla da scoprire, insomma le prospettive erano catastrofiche, la noia sarebbe stata la sua migliore alleata, la disperazione il nemico da sconfiggere.
– Ah cavolo quasi mi dimenticavo.-
Con questa frase sua madre ruppe il silenzio che ormai aleggiava nell’aria già da un po’ e dalla tasca estrasse una busta.
– L’ho trovata nella cassetta della posta questa mattina prima di partire, deve avercela messa qualcuno stanotte, credo proprio che sia per te.-
Anna Lou guardò quella busta con perplessità, chi poteva averle scritto? e soprattutto perché imbucarla di notte?
Con faccia stranita prese la busta e la guardò, dinanzi una scritta in viola, “L’arte vuol sempre irrealtà invisibili“, la frase che Anna Lou aveva scritto sul soffitto della sua vecchia camera.
Aprì la busta e al suo interno un solo foglio, a penna, scritte poco più di due righe:
“Buon viaggio ragazza strana con le persone di cartone attaccate al soffitto, buon viaggio ovunque tu stia andando.”
Ad Anna Lou iniziò a battere forte il cuore, iniziò a sentire il corpo tremare, non sapeva se essere in quel momento la persona più felice del mondo per aver ricevuto quella lettera oppure la più incazzata del pianeta perché stava perdendo l’occasione che da mesi sognava.
In calce alla lettera la firma di Mattia ed un numero di telefono.
Sua madre le stava dicendo qualcosa, ma lei con la lettera al petto in quel momento non aveva orecchie per sentirla e tanto meno il fiato per risponderle, abbassò il finestrino, mise fuori il viso e lasciò che l’aria a centoventi chilometri all’ora le sconquassasse l’esistenza.

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