La mia vita da castagna

Ci sono ricordi che senti essere li ma che non riaffiorano mai, o perlomeno non riaffiorano finché non si presenta un elemento scatenante.
Ho sempre adorato l’autunno, saranno i colori, sarà che sono sempre stato un melanconico (si avete letto bene, melanconico, altro non è che una variante del termine malinconico ma generalmente preferita nell’ambito psichiatrico), sarà che è il periodo nel quale inizio a bere il tè con il miele (di castagno), sarà che soffro il troppo caldo e quindi il mio corpo in autunno si trova in perfetta sintonia con le temperature, sarà che starsene sul divano ogni tanto è bello ma starsene sul divano ogni tanto con la copertina è meglio, sarà che se d’estate taglio l’erba una volta a settimana perché l’erba tagliata da sempre una bella impressione di pulito e ordine, d’autunno invece cerco di non tagliarla troppo spesso perché tutte le foglie a terra mi danno quell’idea che tutto perfetto non lo debba essere sempre e per forza, sarà che mi piace vedere i lampioni accesi lungo le strade, ma soprattutto sarà che adoro le castagne.
Mi piace la castagna, si.
Si mi piace mangiarle certo, mi piace però la castagna come metafora, mi piace la sua storia, mi piace il suo essere diversa da qualsiasi altra cosa.
Una mela è simile ad una pera, un mandarino ad un arancio ed un arancio ad un pompelmo, un lampone potrebbe assomigliare ad un ribes, ed un’albicocca  ad una pesca.
La castagna è la castagna, punto.
Nonostante venisse definito il cereale che cresce sull’albero in quanto molto vicino dal punto di vista nutrizionale con riso e frumento, nonostante fosse importante nel passato in quanto considerata un’importante fonte d’alimentazione, nonostante i molteplici usi che ne siano stati fatti negli anni, da quello alimentare a quello cosmetico, passando per quello farmaceutico, la castagna ha una storia.
Ci sono persone che hanno il bisogno di restare chiuse in se stesse per tempo, che hanno la necessità di sentirsi avvolte in un involucro per poter trovare una propria definizione, un proprio ruolo sia nel contesto personale che in ambito sociale, mentre alcuni di noi hanno la dote, la fortuna o la semplice capacità di riuscire a stare bene con tutti senza soffrire in alcun modo delle dinamiche sociali che negli ultimi anni sono diventate molto più complesse, contorte e difficili da gestire, altri invece riescono a condividere i propri spazi, le proprie visioni, le proprie esperienze con pochi, a volte pochissimi.
Arriva però prima o poi il momento nel quale le cose cambiano, il momento nel quale quel processo di maturazione, quello sviluppo in solitaria ha raggiunto una consapevolezza, un equilibrio, un giudizio, una saggezza che rendono l’individuo pronto ad esplodere, ad esporsi, pronto ad affrontare un percorso armonico, coerente, pulito e semplice.
Vedete, la mela cresce sull’albero, da subito si ritrova a confrontarsi con la mela affianco, prima si odiano, poi fanno comunella per sputtanare quelle che stanno appese sull’albero dinnanzi, nel frattempo vengono beccate dalle vespe, dai calabroni, importunate dagli afidi, non fanno tempo a maturare che sono già stanche di combattere e nonostante tutto continuano a pavoneggiarsi di essere le regine indiscusse della bancherella dell’ortofrutta, ingozzate di pesticidi e integratori e chiuse nella loro ottusità non si accorgono che intanto qualcosa è cambiato, che mentre loro si scannano per una finta sopravvivenza c’è chi più in sordina ha rubato loro la scena, le castagne.
Le castagne maturano piano piano, crescono dentro al loro bozzolo, bozzolo che per proteggerle resta ben chiuso, si arma di aculei e spine utili a non far avvicinare nessuno, e siccome non basta si creano una seconda pelle, una corazza lignea coriacea e spessa, poi si proteggono con un’ulteriore membrana pelosa che le aiuti a sentirsi al sicuro, che le tenga calde, in silenzio nel bosco, lontano da tutto e da tutti.
Aspettano ottobre, e solo quando sono pronte, quanto la loro maturità è al culmine allora decidono di offrirsi al mondo, il riccio cade dall’albero, si apre e loro nella loro pulita e splendida lucentezza rotolano tra le foglie e lasciano che i raggi del sole della luna che filtrano tra le frasche dell’albero che le ha ospitate riflettano sulla loro pelle marrone come diamanti apparsi all’improvviso sul terreno.

Ah, dimenticavo, il ricordo di cui parlavo all’inizio, uno dei pochi che ho legato alla mia infanzia.
Il primo giorno all’asilo, 3 anni credo, avevo due maestre, una era la maestra Rossella, l’altra la maestra Ducci (se non sbaglio era il cognome), ricordo che ci hanno messi tutti in cerchio, loro sedute in mezzo a noi con delle striscioline di stoffa in mano e su ogni strisciolina si ripeteva più volte un disegno.
“Adesso daremo una strisciolina ad ognuno di voi, ogni strisciolina ha disegnato qualcosa, quando arrivate a casa dite a vostra mamma che taglino le striscioline e vi cuciano il simbolo che vi abbiamo assegnato sul grembiule, sul sacchettino del cambio, ed uno lo attacchiamo sul vostro armadietto.”
Ricordo che a me sarebbe piaciuto ricevere il simbolo del pallone.
A qualcuno toccò la macchinina, a qualcuno una stella, ad una mia compagna il simbolo di una bambolina.
“Ruggero, tieni, tu sei una castagna.”

 

 

3 pensieri riguardo “La mia vita da castagna

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